Rammendare per 290 euro al mese

Storie di povertà.
Rammendare per 290 euro al mese

Maria (il nome e’ di fantasia) e’ una donna di 53 anni, italiana, con un buon lavoro da rammendatrice presso uno stabilimento tessile nelle vicinanze di Biella, con un contratto a tempo indeterminato, ed uno stipendio mensile di ca. 1.500,00 euro lordi. Quasi da invidiare, viste le difficolta’ attuali a trovare stabilita’ lavorativa e retribuzioni dignitose.

L’invidia poi potrebbe salire se si considera la fortuna dell’avere due giovani figlie, entrambe sposate che, con qualche difficolta’ in piu’ legata al precariato, in ogni caso stanno lavorando per costruire su basi solidi una nuova famiglia. Certo, una separazione alle spalle e’ dolorosa, ma la rinascita pare arrivare con l’incontro di un nuovo amore, da cui ripartire, anche affettivamente.

Eppure, i conti non tornano. E non solo in senso figurato. Maria ha uno sfratto esecutivo che le pende sulla testa e, ora, tanta ansia. Non il vizio del gioco, non abuso di sostanze, e nemmeno un investimento azzardato in campo lavorativo l’hanno portata a chiedere aiuto, ma i debiti.

“Al matrimonio delle mie figlie” – racconta – “anche senza possibilita’, ho voluto partecipare alle spese di cui, capisce anche lei, non si puo’ assolutamente fare a meno  perché altrimenti che figura facevano? La gente cosa avrebbe pensato? E poi erano giovani, si sa, volevano fare le cose in grande, come le loro amiche, e soprattutto per il piu’ bel giorno della loro vita.
Ma, una volta intaccato quanto risparmiato per tanto tempo, anche la quotidianita’ incomincia a portare alcune difficolta’ in seguito ad alcune ‘costose’ decisioni.

“Il mio convivente” – prosegue – “col suo lavoro da precario non mi passava nemmeno quattro soldi per fare la spesa, oltretutto, con tutte le sue manie di grandezza, ha voluto una casa talmente vistosa!!”

Cosi’, per assecondare il suo nuovo compagno nelle manie di grandezza e di appariscenza, Maria ha deciso di rinnovare tutti i mobili della casa, indebitandosi con alcune societa’ e impegnandosi con rate mensili molto elevate in quanto maggiorate da interessi spropositati. Cio’, visto lo stipendio dignitoso, ma non certo da capogiro, non le ha piu’ permesso di pagare con regolarita’ il canone d’affitto di casa e come conseguenza, dopo un lungo periodo, e’ arrivato lo sfratto.
“Le bollette – precisa – non si possono lasciare indietro, se no ti trovi in breve tempo senza luce e gas. Il resto va per la spesa, e con fatica”.

Essendosi indebitata addirittura presso quattro diverse finanziarie, le vengono trattenuti dalla busta paga ben 800,00 euro a copertura di debiti (probabilmente l’azienda aveva tenuto conto della garanzia data dal TFR maturato per circa 25 anni di lavoro, ma i finanziamenti ben superano 1/5 dello stipendio, cifra massima consentita dalla legge). Sottraendo i contributi da versare trattenuti direttamente in busta paga, si e’ cosi’ ritrovata a ricevere uno stipendio netto di 290,00 euro. Oltre a cio’, si aggiungano canoni di locazione e spese arretrati precedentemente maturati per un totale di 5.000,00 euro ca. dovuti all’ATC relativi ad un anno e mezzo di affitto non pagato, debito che ovviamente non riesce ad estinguere.
Molto  facile infilarsi nella spirale del debito, ma decisamente molto piu’ difficile uscirne.